venerdì, 06 novembre 2009
author: tomada @ 16:17
category: bastardi vari, il magico mondo del web
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Non sono morto, semplicemente sono disconnesso dal mondo perché Fastweb, nel momento in cui avrebbe dovuto mandare un tecnico per attivare la linea telefonica a casa nuova, "ha fatto il vento". Sì, proprio come quelli che per non pagare al bar o al ristorante si alzano e si danno alla fuga disperata.

Dopo una settimana di inutili telefonate ed email oggi siamo arrivati al punto che gli operatori mi hanno attaccato per due volte il telefono in faccia, ovviamente facendo finta che la linea sia caduta.

Ma io non mollo, continuo a tempestarli.

Intanto, vi do un consiglio: state alla larga da Fastweb.
domenica, 25 ottobre 2009
author: tomada @ 17:52
category: politica italiana
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Sono andato a votare alle primarie del piddì, e ho votato per l'unico candidato che sicuramente non vincerà.

Niente, io ce l'ho scritto nei geni che devo stare nella minoranza.
mercoledì, 21 ottobre 2009
author: tomada @ 23:24
category: o tempora o morositas
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Oggi alle 16.30, con una mezz'ora buona di anticipo sul normale orario di lavoro, ho lasciato l'ufficio recando fra le mani una elegantissima scatola di cartone contenente i miei effetti personali (una lampada di Ikea smontata, un vaso di cactus nani, una tazzina da caffè, un mug, un ombrello, la mia collezione di badge, qualche penna, qualche lettera, un poster di Paceverde).

Mi sentivo molto broker della Lehman Brothers, con la differenza che il bonus più alto che ho mai preso è stato di 1000 euro in un anno. Lordi.
sabato, 17 ottobre 2009
author: tomada @ 15:12
category: ambiente, qultura
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Sgomento nel mondo dei linguisti dopo l'allarme lanciato dallo Zingarelli sulle 2800 parole della lingua italiana che rischierebbero l'estinzione. Chi si strappa i capelli perché fra 50 anni nessuno dirà più "garrulo", chi si lacera le vesti perché fra poco non leggerà più sul giornale "facondo", chi versa fiumi di lacrime per l'imminente scomparsa di "onusto".

Stesso atteggiamento che hanno i filologi di fronte alla possibile sparizione di un dialetto swahili parlato solamente in un villaggio ugandese, destinato a estinguersi quando morirà l'unica donna che ancora lo parla correntemente - un'ultracentenaria con una brutta broncopolmonite.

O quello di molti animalisti di fronte alla possibile sparizione di una specie come quella del panda: un orso scontroso che mangia solo germogli di bambù e che si accoppia solo una volta l'anno e solo allo stato brado.

Insomma: se nessuno dice più facondo, se nessuno parla più quel dialetto swahili e se il panda fra qualche anno sarà stato sostituito da una specie con meno puzza sotto al naso, un motivo ci sarà.

Mi pare che riusciamo a sopravvivere tranquillamente anche senza dire "usbergo" o "meriggiare", senza nessuno che sappia come si dice "annoiato" in cambrico e senza poter andare a caccia di mammuth. No?
lunedì, 12 ottobre 2009
author: tomada @ 00:08
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La composizione dell'attuale Consiglio dei Ministri sta a dimostrare quotidianamente che gli italiani sono un popolo che a volte fa a meno della logica.

In effetti anche nella nostra lingua ci sono modi di dire e frasi fatte che sono totalmente prive di senso.

Tipo c'è nessuno?, pronunciata entrando in un luogo per sapere se lo stesso è occupato da anima viva. Ebbene, questa è una domanda che non ammette risposta, dal momento che Nessuno non è in grado di rispondere. A meno che, ovviamente, non ci si trovi nell'Odissea.

E' nato il piccolo Tizio, e Caio è diventato papà per la seconda volta. O peggio ancora: Sempronio è tre volte padre. (per dire che ha tre figli). Ma per piacere. Si diventa papà quando nasce il primo pargolo, e da allora lo si rimane. Una volta sola. L'unica applicazione logica della frase "diventare papà per la seconda volta" è nel caso in cui il primogenito muoia - facendo così perdere lo status di papà al genitore - e in seguito nasca un altro figlio - facendoglielo riacquistare. Scommetto però che così in pochi vorrebbero diventare papà per la seconda volta.

Mente sapendo di mentire. E grazie al cefalo: se non sapesse di mentire non starebbe mentendo.

Se ve ne vengono in mente altri, fatevi avanti.
domenica, 04 ottobre 2009
author: tomada @ 19:09
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3 ottobre 09
Un giorno tutti quanti l’animali
sottomessi ar lavoro
decisero d’elegge un Presidente
che je guardasse l’interessi loro.
C’era la Società de li Majali,
la Società der Toro,
er Circolo der Basto e de la Soma,
la Lega indipendente
fra li Somari residenti a Roma;
e poi la Fratellanza
de li Gatti soriani, de li Cani,
de li Cavalli senza vetturini,
la Lega fra le Vacche, Bovi e affini…
Tutti pijorno parte all’adunanza.
Un Somarello, che pe’ l’ambizzione
de fasse elegge s’era messo addosso
la pelle d’un leone,
disse: - Bestie elettore, io so’ commosso:
la civirtà, la libbertà, er progresso…
ecco er vero programma che ciò io,
ch’è l’istesso der popolo! Per cui
voterete compatti er nome mio. -
Defatti venne eletto proprio lui.
Er Somaro, contento, fece un rajo,
e allora solo er popolo bestione
s’accorse de lo sbajo
d’avé pijato un ciuccio p’un leone!
-Miffarolo! - Imbrojone! - Buvattaro!
-Ho pijato possesso:
-disse allora er Somaro - e nu’ la pianto
nemmanco se morite d’accidente.
Peggio pe’ voi che me ciavete messo!
Silenzio! e rispettate er Presidente!

(Trilussa - L'elezzione der Presidente)

martedì, 29 settembre 2009
author: tomada @ 23:40
category: politica italiana, informescion
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Non vado a una manifestazione dal '96 o giù di lì. Ovvero da quando non vado più a scuola - i tempi in cui andare a una manifestazione significava essenzialmente avere una buona scusa per saltare un giorno di lezione.

Ho sempre avuto il sospetto che le manifestazioni di piazza lasciassero il tempo che trovano. Ancor di più in un paese in cui oggetto delle proteste crede seriamente di essere una sorta di messia al di sopra di ogni giudizio.

Però adesso stanno veramente esagerando. Nelle ultime settimane gli attacchi a tutte quelle poche voci non allineate avrebbero fatto arrossire persino Putin: Repubblica, L'Unità, Annozero, Ballarò, Report, adesso addirittura la Dandini.

E non servirà a niente nemmeno stavolta, ma se quel fottuto tesserino rivestito in pelle rossa vale ancora qualcosa, sabato pomeriggio a piazza del Popolo bisogna andarci.

Stanno esagerando

La prossima mossa sarà fare le valigie.
giovedì, 24 settembre 2009
author: tomada @ 00:53
category: qultura, chicche
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Succede che a volte l'essere costretti a leggere Panorama abbia anche i suoi risvolti positivi. Per esempio quello di scoprire che sul sito web di Panorama un paio di settimane fa era possibile partecipare al concorso per vincere due biglietti per la prima italiana di Inglorious Basterds, l'ultimo film di quell'autentico genio della celluloide che è Quentin Tarantino.

Succede dunque che il vostro decide di partecipare, e che mercoledì scorso riceve una mail che recita: Complimenti Tomada, HAI VINTO un Biglietto per due persone per assistere all’anteprima italiana del film ”Bastardi senza gloria” e una t-shirt personalizzata del film!!!

Dopo enormi peripezie con il corriere SDA che tenta inutilmente di recapitare i biglietti a casa quando a casa non c'è nessuno ("Ma come non me li posso far recapitare in ufficio? Ah, ora me li posso far recapitare. Ma come ci vogliono fino a 48 ore in più? Ma sono biglietti per un evento che si tiene lunedì sera, martedì sono buoni per soffiarsi il naso..." - Gruppo Poste Italiane: una sicurezza), si scopre che la t-shirt è di taglia L - e fino a qui nulla di male - ma da donna. I biglietti però non riservano altre sorprese (a parte un sospetto "valido fino a esaurimento dei posti disponibili"), e dunque Tomada e signora si presentano al Warner Village Moderno di piazza Esedra con il prezioso invito fra le mani, una quarantina di minuti buoni prima dell'inizio della proiezione. E scoprono dalla quantità di persone che sventola lo stesso invito che vincere il concorso di Panorama non deve essere poi come centrare un Sei al Superenalotto.

Grazie a una tecnica affinata in anni di stadio, Tomada riesce comunque a dribblare Cristiano Malgioglio e a sgattaiolare fra i primi dieci o quindici a cui è garantito l'accesso in sala - non dopo aver depositato i telefonini spenti in una busta sigillata da consegnare all'ingresso ed essere stati sottoposti a perquisizione da gentili energumeni muniti di metal detector.

La sala nella quale vengono indirizzati i possessori di invito simile a quello del sottoscritto è però la 2, lontano dunque dai vipponi che - secondo le voci dei bene informati - stanno iniziando a fare il loro arrivo sotto la pioggia. Palpabile la delusione di tutte quelle signore e signorine addobbate a serata di gala (e di tutti quei signorotti in gessato tiratissimo che manco gli Intoccabili) che dovranno rinunciare a sedersi accanto ad Antonella Clerici o Massimo Giletti.

Ingoiato il rospo (loro), si resta in attesa della proiezione. Con una ventina di minuti di ritardo sull'orario previsto, entra in sala un tizio con la "r" tremontiana che dice di voler dedicare la serata alle vittime di Kabul e poi passa la parola al co-produttore del film. Il quale co-produttore infila la solita sviolinata populista ("sono stanchissimo e me ne sarei restato volentieri negli States, se non fosse che Roma non me la volevo perdere per nulla al mondo"), e poi presenta Quentin. Che entra in sala svelandosi più brutto ancora di quello che si vede al cinema. E dopo aver reso omaggio ai maestri del cinema italiano di serie B dai quali Tarantino attinge a piene mani, è il momento dell'ingresso di Gedeon Burkhard gedeon
e poi di Eli Roth  eli (quello a destra, ovviamente. Quello a sinistra stava a casa con i suoi 87 figli). I quali non dicono nulla ma si limitano a un paio di "ciao Roma" o banalità del genere.

Dopodiché inizia il film, e finisce il mio resoconto. Rimane giusto il tempo per un paio di consigli:
  1. Andate a vedere il film
  2. Se possibile, vedetelo in lingua originale (l'accento di Brad Pitt è spettacolare)
  3. Se siete di stomaco debole, portate un sacchettino.
  4. Non affezionatevi troppo a nessuno dei personaggi. Specialmente a quello basso con i baffetti.
Buona visione.
venerdì, 18 settembre 2009
author: tomada @ 00:29
category: bastardi vari, o tempora o morositas
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Oggi, nel giorno dell'attacco kamikaze che a Kabul ha ucciso sei militari italiani, il mondo ha appreso un'altra notizia sconvolgente: il cervello non è un organo fondamentale per sopravvivere. Che se ne possa fare a meno, ce lo hanno dimostrato infatti gli ultrà (o ultras, a seconda se la "s" sollazzi o meno l'ego incerta del peculiare gruppo di questi violenti burattini da stadio).

Per una persona dotata anche di un solo neurone funzionante, è infatti impossibile dichiarare che "il calcio si deve fermare, per onorare gli eroici paracadutisti della Folgore" - come ha fatto il "presidente del Coordinamento tifoserie ultras" Roberto Greco - solo qualche giorno dopo essere usciti da uno stadio dove il coro più gettonato riguarda l'equiparazione del mestiere dei carabinieri ai rifiuti organici espulsi dal corpo.

Anche un ultrà, addirittura un ultrà, sa infatti che carabinieri e paracadutisti della Folgore appartengono infatti all'esercito, e che nel 2003 a morire per mano dei terroristi in Iraq sono stati 12 di quelli che fanno il "mestiere di merda".

Però magari oggi, in tempi di protesta contro la tessera del tifoso, faceva comodo dire per l'ennesima volta "il calcio si deve fermare". Come se non fosse già abbastanza averlo fermato ogni volta che sono stati accoltellati altri tifosi, messo a ferro e fuoco interi quartieri, aver ammazzato un "poliziotto bastardo", aver inventato a tavolino l'uccisione di un bambino per fermare un derby, etc. etc. etc.

Altro che tessera del tifoso...


giovedì, 10 settembre 2009
author: tomada @ 18:41
category: fiction
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Il piccolo 119 arrancava sulla salita di via del Tritone, e Fabio ancora non riusciva a credere alla sua fortuna: in quei giorni trovare un mezzo pubblico ancora circolante era come fare un terno al lotto. In effetti, gli unici che giravano ancora erano proprio i piccoli bus elettrici, mentre praticamente tutti gli altri erano rimasti a secco, così come il 90% dei mezzi di trasporto privati. Per il resto, i romani avevano riscoperto la bicicletta e tante passeggiate. Almeno i più coraggiosi, o disperati, che erano rimasti in città.

Assorto nei suoi pensieri, Fabio non si era nemmeno accorto che l’autista si era fermato e stava valutando se sarebbe riuscito a passare nello strettissimo tratto di strada rimasto fra il marciapiede e il cratere che nella notte aveva fatto la sua comparsa a pochi metri dall’incrocio con via dei Due Macelli. Alla fine l’autista decise che lo spazio per passare era troppo stretto, e fece scendere i passeggeri. Tutti e tre. Oltre a Fabio, infatti, a bordo c’erano solo due anziane signore, che reggevano in mano ognuna una busta della spesa. Quasi vuote, a dire la verità: si vedeva spuntare un gambo di sedano e si intuiva la forma di quelle che avrebbero potuto essere patate, ma non più di quattro o cinque in ogni sporta. Viveri che sarebbero bastati a malapena per un contorno, in tempi normali, ma che oggi le due donne – evidentemente abituate molti anni addietro a simili ristrettezze - avrebbero fatto bastare per un paio di giorni.

Fu dunque sognando un piatto di spezzatino alle olive (come lo faceva la nonna - era una vera prelibatezza) che Fabio percorse gli ultimi metri che lo separavano da piazza Barberini, la meta del suo viaggio di quella mattina. Come di tutte le altre, del resto: il giornale dove lavorava era uno dei pochi che ancora usciva regolarmente, tutti i giorni; ed era stato l’attaccamento al lavoro, insieme a una sorta di folle sfida con se stesso, che l’aveva convinto a salutare moglie e figlia in partenza per la casa in Umbria, e rimanere in città. Una scelta che rimpiangeva spesso, specialmente quando di notte suonava la sirena e allora doveva precipitarsi giù in cantina assieme agli altri inquilini del palazzo, in una scena che fino a poco tempo prima aveva potuto solo immaginare, ricostruendola dai racconti degli anziani, ma che ora era costretto a rivivere almeno due o tre volte a settimana.

Fortuna che la notte precedente lo avevano fatto dormire, così era riuscito ad alzarsi per tempo e a leggere la lettera inviata dalla moglie, consegnata dal postino il giorno prima: “Quassù tutto bene... sembra che non sia mai successo niente... beviamo il latte delle capre e fra un paio di settimane la zia ammazzerà pure il maiale... Ma perché non ci raggiungi... che ci stai a fare a Roma... vuoi farti ammazzare... Nicoletta chiede sempre di te...” Fabio la lettera l’aveva riposta nella scatola da scarpe dove teneva le altre sei o sette già ricevute. Avrebbe risposto in serata, al massimo il giorno dopo, sempre che le sirene gli avessero dato un po’ di tregua. Certo, se avesse potuto scrivere un’e-mail sarebbe stato molto più semplice, ma ormai la corrente elettrica era diventata talmente inaffidabile che a casa aveva rinunciato a usare il computer. E poi Tina per ricevere la posta elettronica doveva scendere fino in paese, sempre che in paese arrivasse la corrente quando scendeva. Allora avevano rinunciato definitivamente alla tecnologia, e si erano affidati alle vecchie lettere di carta. Che incredibilmente arrivavano: magari con due settimane di ritardo, ma alla fine arrivavano.

Fabio era arrivato in redazione. O meglio, in quell’ex filiale bancaria riadattata a redazione dopo che l’imperioso palazzo del giornale era stato tirato giù, sei mesi prima. All’ingresso vigilava come sempre il sor Carlo, il portiere che, nonostante fosse stato di fatto licenziato da quando non c’era più la vecchia sede, continuava a presentarsi ogni mattina con la divisa pulita e stirata.
- Buongiorno, sor Carle’. Dormito stanotte?
- Perché, te no?
- Eh, insomma... Certo che a voi manco le bombe ve tirano giù...
- E che ce voi fa... Ma tanto mo’ finiscono... A Roma c’è er Papa, mica possono tocca’ er Vaticano.
Salito al primo piano, Fabio entrò nella stanza del direttore.
- Ciao Aversa, ciao... Guarda, preparami un bel pezzo su domani, che è il decimo anniversario e quelli sicuramente hanno in mente qualcosa, qualche attacco in grande stile. Senti l’amico tuo a Forte Braschi, fatti dire che si aspettano. Poi pesca in archivio un paio di belle foto di New York e scrivi un attacco ad effetto, tipo ‘nessuno poteva immaginare che quella mattina...’ Insomma, quelle cose che sai fare te. Oh, mi raccomando non sforare che abbiamo solo 24 pagine.

Fabio eseguì. Dopo essersi preparato un caffè al fornelletto a gas si sedette alla scrivania e iniziò a scrivere.

Nessuno poteva immaginare che quella mattina dell’11 settembre 2001 avrebbe segnato l'inizio di una nuova cruenta pagina nella storia del genere umano. Oggi, a dieci anni esatti di distanza, ci sembra ancora di vivere un brutto sogno, dal quale speriamo di svegliarci da un momento all'altro.

Ma dovette salvare di corsa il documento e spegnere il pc. La sirena stava suonando, era di nuovo tempo di scendere in cantina.